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Editoriale 31/2026
Di chi sono i film?
Quando con Francesco Massaro (scomparso a 90 anni il 20 luglio 2026) si parlava della sua carriera di cineasta, colpivano in lui due atteggiamenti quasi agli antipodi: subito, l’orgoglio di aver conosciuto, soprattutto come aiuto regista, il grande cinema italiano della stagione irripetibile dei 60; e, a seguire immediatamente, il rimpianto di aver vissuto da regista un’epoca molto meno esaltante, dai 70 in poi, consapevole di non aver realizzato tutto ciò che davvero poteva fare. Massaro era padovano, parte di quel contingente veneto che tanto diede al cinema italiano (Sonego, Vincenzoni, Polidoro, Samperi, i primi che vengono in mente). Come entrò in quel mondo era materia da film e infatti lo convinsi a raccontarlo per i lettori di Film Tv qualche anno fa, in una bella intervista sul n. 3/2022 che, nelle intenzioni, penso più mie che sue, poteva anche essere una prova per raccogliere le sue memorie. Peraltro avrebbe voluto scriversele da sé e, certo, non gli mancavano né la lucidità né le capacità affabulatorie, notevolissime. Assistente volontario di Germi per Divorzio all’italiana (1961), e poi suo aiuto regista fino a Serafino (1968), sentiva di dovergli tutto, anche se era pure sopravvissuto al set di Il Gattopardo (1963) e poi aveva bazzicato Dino Risi, Marco Vicario, Lucio Fulci, e tanti altri, comprese figure minori ed eccentriche come quel Mino Guerrini, studiando il quale l’avevo conosciuto, subito colpito dalla precisione dei suoi ricordi e dalla capacità di renderli ancora vivi. Ugo Tognazzi, incontrato in L’immorale (1967), l’aveva promosso a proprio collaboratore alla regia (con nome sui titoli) per la serie tv FBI - Francesco Bertolazzi Investigatore (1970) e poi aveva accettato di fare da protagonista del suo primo film, Il generale dorme in piedi (1972), caustica satira antimilitarista. Massaro sognava di seguire le orme dei suoi maestri, soprattutto nella commedia all’italiana, e la grande occasione fu La banca di Monate (1976), dall’omonimo romanzo di Piero Chiara, film lacustre dagli umori polemici, a suo dire rovinato da Walter Chiari, protagonista sbagliato. Da quell’insuccesso, infatti, iniziavano rimpianti e rancori, fino al rientro in una commedia ormai irrimediabilmente cambiata (in peggio, secondo lui), spesso in compagnia come co-sceneggiatore di Enrico Vanzina, suo amico per tutta la vita. Lì in mezzo c’erano anche i due “barzelletta movie” per i quali non si stancava di rampognare il produttore corsaro Galliano Juso, I carabbinieri (1981) e Miracoloni (1981), incredibile contro-Vangelo demenziale con Francesco Salvi/Giosuè-Gesù, Victor Cavallo/Giuda e Ania Peroni/Maria Maddalena. Di quei titoli, alcuni come Il lupo e l’agnello (1980) e Al bar dello sport (1983) diventati piccoli cult movie a forza di repliche tv, discutevamo spesso, lui sempre a sminuirli, finché una volta lo colpii dicendogli che in fondo i film smettono di essere dei registi per diventare del pubblico, l’unico vero giudice che conti. Mi piace pensare di averlo convinto a essere meno severo nei confronti dei suoi film, soprattutto degli anni 80, e anche delle fiction cui si dedicò, con successo, nei 90 (da Little Roma, con Ennio De Concini), fino all’ultimo, soprattutto come inesauribile soggettista. Resta il rimpianto di non aver raccolto i suoi ricordi se non a pezzi e bocconi, una grave perdita per la storia del cinema italiano che passa anche attraverso registi come lui, forse non diventati gli autori che avrebbero voluto essere, ma artigiani di un buon cinema popolare caro a tanti spettatori, questo sì, senza dubbio.




